

GIOVANNI DE FRANCESCO
La dimensione in cui l’esistenza si consuma può avere diverse forme. Un sistema a scatole cinesi determina una narrazione dentro una narrazione, che può sfociare secondo un illogico gioco Linchano in un mutamento d’identità.
Sollevare un coperchio che nasconde un altro contenitore, che ne nasconde un altro, è come il doppio riflesso di uno specchio che traduce l’immagine specchiata all’infinito creando cono di una profondità inesistente. Un sottoinsieme che sembra non svelarsi mai come le variabili stabilite dal grado di libertà disponibile per il movimento di uno spazio.
Il processo realizzato da Giovanni de Francesco è di sottrazione, intesa nel suo duplice significato: operazione aritmetica fondamentale, e meccanismo di privazione.
Eliminando matematicamente la quarta dimensione dello spazio, riducendolo a semplici coordinate geometriche, attua un secondo procedimento detrattivo: determinare l’impercorribilità creando un meccanismo di dissimulazione.
Questa negazione suscita un’esitazione che consente a De Francesco di restituire uno spettro dello spazio che gli appartiene, rendendo denso il suo corpo animico, nel processo alchemico di condensazione di un’entità presunta.
La manifestazione pubblica quindi è resa impossibile dalla mancanza dell’esperienza materiale del luogo ospitante. La riconduzione sensibile è determinata dal suo doppio, dal corpo sottile che ci mette in comunicazione con una dimensione altra e preserva inviolata la sfera privata.
…”Attribuire la prima formazione delle cose alle proprietà intime della materia, sarebbe del pari un prendere l’effetto per la causa, poiché queste proprietà stesse sono un effetto che deve avere una causa”…
Allan Kardec, Il libro degli spiriti, 1857.
Photography By Jacopo Grassi




INTERVISTA
S.V.: Nella storia dell’arte la bottega era il luogo d’apprendistato dove applicare le diverse tecniche e discipline. Nel tempo si evolve nella forma di atelier: luogo architettonicamente studiato per accogliere il lavoro del pittore e dello scultore. Nella contemporaneità e sempre più raro individuare degli spazi preposti ad ospitare la pratica artistica. In che modo hai identificato quello che hai scelto come studio e perché esiste ancora l’esigenza di avere uno spazio prescelto dove produrre?
G.D.F.: La ricerca del mio spazio di lavoro non è mai coincisa con le architetture sognate e progettate. Per molto tempo ho proceduto da nomade trovando di volta in volta lo spazio adatto alla definizione di un progetto. Spesso nel processo di costruzione di un’opera questo spazio è stato la mia abitazione ed ora proprio nella mia casa una stanza, quella centrale, è adibita a studio; luogo necessario alla lettura, alla ricerca ed a esperimenti che possono consumarsi sul tavolo o trasformarsi in costruzioni che richiedono collaborazioni con persone e strumenti all’esterno di questa stanza.
S.V.: Per l’artista, lo studio è il luogo di produzione di lavori creati all’interno dello spazio ma pensati per vivere altrove. Chiedendoti un progetto in site specific e inducendoti così ad un meccanismo processuale insolito, s’innesca un diverso modo di percepire fisicamente lo spazio in cui operi?
G.D.F.: Ho risposto all’invito di Short Visit con una riflessione sullo spazio stesso. Ho voluto raccontare la specificità del luogo cambiandone la forma e l’utilizzo. Per preservare il naturale dialogo tra i miei lavori, i miei oggetti e lo spazio e permettere quindi di entrare nel mio privato, il momento di studio visit è previsto nei giorni a seguire l’evento inaugurale. In questa prospettiva, durante l’apertura, la stanza adibita a studio illuminata internamente appare chiaramente come una proiezione verso l’esterno. Per invitare ad avvicinarsi e liberamente spiare è presente una scala pieghevole sotto la finestra. Dall’ingresso ufficiale l’unico spazio percorribile è il lungo corridoio, il luogo che mette in relazione tutte le stanze e che copre quasi completamente la lunghezza dell’appartamento. Gli accessi alle stanze sono però negati chiudendo le porte con pannelli dipinti della stessa tinta del pavimento, a neutralizzare e a riportare a dimensione di disegno lo spazio. Ad ogni ingresso negato c’è una didascalia in forma di immagine, lastre di vetro originali degli anni trenta (epoca della casa), che riportano in negativo l’immagine fotografica di arredi di interni. L’usura e la qualità di stampa li rende fantasmatiche apparizioni, una proiezione di quel che potrebbe essere ma che evidentemente appartiene ad un altro tempo e che rimanda a una dimensione irreale della mia casa studio. Praticando una negazione determino l’attesa. A ribadire l’idea di connessione tra lo spazio reale e quello irreale c’è l’innesto dei fili della luce che alimentano le retro-illuminazioni delle lastre attraverso il collegamento con il circuito elettrico dell’appartamento e la fotografia all’ingresso che è la ripresa dell’ingresso stesso nella sua forma abituale. L’unica stanza accessibile è lo sbilenco sgabuzzino che ospita un ready made composto da una matrice tipografica dell’immagine di uno specchio fissata su un esile treppiedi fotografico che coincide a terra in un triangolo equilatero derivato dalla congiunzione dei punti del tetractis pitagorico. Un altro negativo, un accesso negato nell’immagine di uno specchio che non riflette e nella struttura di uno strumento che allude alla ripresa fotografica. In questo angolo di casa in cui abitualmente non avviene attività ho costruito un mio simbolo dell’armonia tra le parti.
S.V.: Lo studio vist è solitamente un momento privato di confronto, il nostro tentativo è di invertire tale pratica passando da “salotto” a “vetrina”. Short Visit diventa un’esposizione pubblica di una dimensione intima. Il modello dello studio visit in una forma più accessibile può ridurre la difficoltà psicologica d’accesso che spesso si riscontra nei luoghi in cui l’arte si esplicita?
G.D.F.: Questa formula permette di entrare in relazione diretta con le opere e con l’artista mostrando indizi e tracce del lavoro che abitualmente non appaiono perché appartengono ad una sfera intima. All’esterno, per l’osservatore, è un’occasione speciale. Per me è un interessante momento per misurarmi, per capire quello che mi rappresenta e voglio sia visibile.
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SHORT VISIT to Giovanni De Francesco
Inaugurazione 23.11.2009 ore 18:30
Via Donatello 3, 20131 milano.
A cura di Paola Gallio e Davide Tomaiuolo
CONTATTI e APPUNTAMENTI
Paola Gallio Cell. 349 2800618
Davide Tomaiuolo Cell. 349 4275107
